3 Domande a… Jenus

3 Domande a… Jenus

jenus

 

Dopo le recenti polemiche a seguito della vignetta di Charlie Hebdo sulla tragedia del terremoto del 24 agosto nel centro Italia, ci si è domandati su cosa sembra esser lecito fare o non fare satira. Abbiamo perciò chiesto un parere a chi si confronta quotidianamente con la satira, come Don Alemanno, al secolo Alessandro Mereu, fumettista e disegnatore italiano nonché autore del celebre e irriverente fumetto Jenus che spopola in rete. Ecco le “3 DOMANDE A” Don Alemanno:

1.Beffeggiare il potere, dissacrare figure religiose, far ridere, far riflettere: queste sono alcune delle funzioni che, di solito, vengono associate alla satira. Secondo lei quale funzione dovrebbe avere la satira ai giorni nostri?

Io sono un caso un po’ anomalo, in quanto autore satirico. Infatti ho iniziato per semplice diletto personale, associando la mia propensione a scarabocchiare durante le telefonate alla mia passione per le Sacre Scritture. Da lì è scaturito Jenus, ma senza che ci fosse, alle origini, una particolare ragione “sociale”; solo successivamente mi sono reso conto di quanto il mio lavoro fosse in grado di smuovere coscienze e di quanto una semplice vignetta possa far discutere più di mesi e mesi di tribuna politica. Se alla satira dovessi attribuire una funzione in senso stretto, direi che è un mezzo con il quale il debole può attaccare il potere, in qualunque modo esso si manifesti. Ovviamente ci sono molte sfaccettature, tant’è che a volte nella parola “satira” vengono comprese delle forme di intrattenimento e umorismo che probabilmente escono dalla definizione classica. Mi riferisco alle imitazioni di Crozza o allo humor nero. Quella non la definirei propriamente satira.

2.Spesso, le vignette satiriche vengono criticate per la natura degli argomenti trattati. Lei pensa che ci siano davvero dei limiti che non si dovrebbero superare o addirittura degli argomenti tabù?

No, non penso che ci sia un argomento “tabù”. La satira dovrebbe potersi occupare di qualunque cosa, anche dei morti (visto che tanto è sempre quello, il problema).
La questione non è quale sia l’argomento, bensì quale sia il senso della vignetta. Mi spiego: se un autobus con cinquanta bambini esce fuori strada e questi muoiono, il compito della satira non è quello di sfottere i bambini morti, ma eventualmente, di puntare i riflettori sulle responsabilità dell’incidente. Ad esempio, potrebbe essere stato l’asfalto dissestato, o poco drenante. Nel momento in cui s’individua la causa, la satira la mette in luce, anche con immagini crude ed estreme, all’occorrenza.
Questo è soltanto un esempio, ovviamente, la formula è diversa a seconda dei casi, ma il succo della questione è sempre lo stesso: dal debole, verso il potente.

3.Eppure sappiamo che chi fa satira viene spesso aspramente criticato. Recenti le polemiche nei confronti delle vignette di Charlie Hebdo o della sua su Madre Teresa di Calcutta. In passato ricordiamo, anche, toni accesi suscitati da lavori di Vauro o Forattini, per non parlare dei commenti critici che riceve, quasi quotidianamente, Spinoza. Queste reazioni forti secondo lei dimostrano che le vignette satiriche non siano state adeguatamente comprese oppure è esattamente il tipo di reazione che chi fa satira si aspetta di ricevere?

Entrambe le cose. Nella fattispecie, quelli di Charlie Hebdo hanno fatto una vignetta complessa da comprendere, in occasione del terremoto di Amatrice.
Tant’è che non è affatto vero che la satira debba essere per forza “popolare”, anzi… a volte può necessitare notevole acume e cultura, per essere compresa.
Nel momento in cui hanno realizzato la vignetta, certamente non intendevano “prendere per il culo i morti”, come molti idioti hanno detto. Detto ciò, sono discretamente sicuro che al Charlie Hebdo sapessero perfettamente quale sarebbe stata la reazione degli italiani, e sapevano che questo avrebbe fatto parlare della vignetta e del loro giornale per giorni e giorni. Lo hanno fatto apposta, e io al posto loro avrei fatto lo stesso.

Scritto per la rubrica “3 Domande a” di I Think Magazine

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