Crowdfest 2016: intervista all’ideatore Giacomo Cassinese

Crowdfest 2016: intervista all’ideatore Giacomo Cassinese

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Logo del Crowdfest 2016

Si terrà a Bologna, dall’8 al 10 Aprile, il Crowdfest, il festival che promuove il crowdfunding. In questa tre giorni, presso Palazzo Isolani, uno degli edifici storici di Bologna, si terranno Talks, Labs, Pitch ed Exhibition con esperti e personalità di spicco dell’universo del crowdfunding italiano e internazionale. È un evento unico nel suo genere poiché il primo ad affrontare questo tema, in Italia.

Per capirne di più, sia sul festival che sul crowdfunding, ho incontrato il giovane ideatore del Crowdfest: Giacomo Cassinese, 25 anni, pugliese, formatosi prima in Comunicazione allo IULM di Milano e poi, a Bologna, presso il DAMS, indirizzo Cinema, televisione e produzione multimediale.

 

Albachiara Re: Direi che è opportuno, prima di parlare del festival, fare un’introduzione su cosa significhi crowdfunding. Se dovessi, quindi, spiegare questa parola a chi non l’ha mai sentita nominare, cosa diresti? Quali parole useresti?

Giacomo Cassinese: Iniziamo con il dire che è un termine inglese composto da due parole crowd e funding: il primo significa folla, il secondo finanziamento. In termini semplici è, quindi, uno strumento di raccolta fondi che prevede che vi sia un ideatore con un progetto e un gruppo di sostenitori. Il primo chiede alla “folla”, ossia agli utenti internet, di finanziare il proprio progetto affinché venga realizzato. Per fare ciò, utilizza delle piattaforme cioè dei siti internet che gli permettono di promuovere la raccolta fondi. Il crowdfunding è, quindi, uno strumento che ha il pregio di potersi applicare a tantissimi ambiti, siano essi imprenditoriale, benefico, culturale, sociale etc.

A.R: Il crowdfunding sembra essere, quindi, uno strumento abbastanza duttile ma, a parer tuo, ritieni ci siano dei progetti più o meno adatti ad essere finanziati in questo modo?

G.C: In generale, si può dire che i progetti che includono un coinvolgimento attivo del proprio pubblico e/o utenti siano più adatti. Ad esempio, possiamo citare i progetti di produzioni culturali, quelli sociali che contemplano donazioni, quelli civici che favoriscono lo sviluppo locale. Il crowdfunding non ha lo stesso tipo di successo, invece, nel caso di progetti imprenditoriali, laddove essi forniscano servizi alle imprese con la finalità di creare una rete consociativa piuttosto che di coinvolgere il pubblico, vendendo un prodotto o dando la possibilità di diventare socio di una S.P.A o S.R.L.

A.R: Il punto focale sembra essere il coinvolgimento attivo. Spesso, però, esso deve essere supportato da una sorta di “riconoscimento materiale” per convincere. Se nel caso delle succitate S.P.A è abbastanza chiara l’utilità materiale, nel caso di progetti artistici e/o sociali, il pubblico cosa potrebbe “guadagnarci”?

G.C: Bisogna fare una premessa: esistono varie forme di crowdfunding a cui si associano, quindi, diverse forme di coinvolgimento. C’è il modello equity che è ciò di cui parlavamo prima rispetto le imprese che permettono all’utente di diventare socio della propria S.P.A o S.R.L; c’è il donation che è circoscritto all’ambito delle donazioni, quindi più simile al fundraising (raccolta fondi); c’è il lending, relativo ai prestiti personali che aiuta il pubblico ad avere prestiti, da parte di privati, ma con tassi molto più agevolati rispetto a quelli di una normale banca e, in ultimo, esiste il modello reward. Questo è chiamato anche modello delle ricompense. Facciamo alcuni esempi chiarificatori: devo produrre un nuovo film, come posso coinvolgere la folla? Vendendo loro i miei dvd, inserendoli all’interno del cast artistico o tecnico del film, se ce n’è bisogno. Il pubblico diventerebbe, quindi, parte attiva del processo produttivo di un progetto artistico.

A.R: Questo tipo di strumento in altre parti del mondo, vedi gli U.S.A, è entrato ampiamente nella cultura popolare. Perfino un cartone animato come i Simpson vi ha dedicato una puntata. In Italia, invece, è esattamente il contrario. Perché? Per fattori culturali o altro?

G.C: La domanda è piuttosto complicata, cercherò di rispondere in modo sintetico. L’Italia, a differenza di ciò che si potrebbe pensare non è arrivata in ritardo: la prima piattaforma di crowdfunding qui è nata nel 2005, mentre quelle americane più grandi, come Kickstarter o Indiegogo, risalgono al 2008-2009. In Italia non si è diffuso allo stesso modo poiché non è molto presente la cultura di mutuo aiuto, a meno che non si tratti di iniziative benefiche o religiose. C’è stata, inoltre, meno propensione al rischio o a intraprendere nuovi progetti e a creare start-up, benché ultimamente questa tendenza si stia invertendo: nonostante se ne parli poco, c’è uno straordinario sviluppo imprenditoriale. A ciò bisogna aggiungere che è presente un notevole ritardo tecnologico: l’adsl non è presente in tutte le città, la fibra ottica sembra essere una scoperta recente quando, in altri paesi, è utilizzata da anni. In moltissimi, inoltre, hanno ancora paura ad affidarsi alle transazioni economiche via internet. Con queste premesse è difficile ottenere una diffusione molto ampia.

A.R: Ora che sappiamo meglio cos’è il crowdfunding, parliamo di Crowdfest. Come t’è venuta quest’idea? E perché l’Italia ha bisogno di un evento del genere visto che, come sappiamo, non è mai stato organizzato prima?

G.C: Due anni fa, scrissi una tesi di laurea sul crowdfunding. L’approfondito lavoro di ricerca in merito ha consolidato il mio interesse al punto che ho deciso di applicare concretamente le conoscenze acquisite. Studiandolo, infatti, ho capito che questo strumento ha bisogno di una “spinta”. Essa non si deve esaurire nella creazione di nuove piattaforme: ne sono presenti già moltissime, purtroppo con un fatturato minimo, nonostante il mercato del crowdfunding sia in rapida crescita. La spinta dovrebbe essere un momento di aggregazione, come può esserlo un evento nazionale di questo genere, che dia la possibilità a chi non conosce lo strumento, di capire che cos’è e scoprirne le potenzialità e le possibili applicazioni, e a chi ne fa già uso, di confrontarsi e di trovare sostenitori, investitori e collaboratori.

Crowdfest sarà quindi un evento sia per i curiosi, che per gli addetti ai lavori. In virtù di ciò, sono previsti, quindi: CrowdTalks e CrowdLabs, elaborati con uno scopo formativo e didattico; i Pitch please! che permetteranno alle startup di incontrare consulenti e potenziali investitori, i Back me up che daranno voce a chi vorrà presentare un progetto o lanciare una campagna di crowdfunding davanti a un pubblico, e infine la Made in Crowd Exhibition dove si potranno ammirare oggetti tecnologici e di design, provenienti da tutto il mondo e finanziati tramite il crowdfunding.

A.R: L’idea riportata nella tua tesi è quella che realizzerai ad Aprile o hai apportato alcune modifiche?

G.C: È leggermente diversa. In origine avevo pensato a un progetto più ampio e complesso, ma per questioni organizzative, difficile da realizzare in questa prima edizione. È probabile che le aree del festival e i contenuti crescano in futuro: potrebbe, magari, diventare un progetto itinerante, spostandosi a Milano, Napoli, Roma così da diffondere la cultura del crowdfunding in modo più capillare. Continuate a seguirci in tanti e lo scopriremo insieme!

A.R: Immagino che le città che hai citato non siano casuali…

G.C: Sono città molto attive nell’ambito del crowdfunding, soprattutto Milano, non a caso molti degli ospiti che saranno presenti al festival vengono dal capoluogo meneghino. Anche a Napoli e a Roma ci sono moltissimi progetti interessanti. Crowdfest comincia, però, da Bologna perché è una città piena di giovani, in continuo fermento e dove è più facile condividere e creare aggregazione.

A.R: Visitando il sito ufficiale, nella sezione Founders e Contatti, spicca il nome di Egidia Cassinese. Qual è il suo ruolo nel team di Crowdfest?

G.C: Egidia è mia sorella, ha 30 anni, vive a Milano e lavora da 8 anni nell’ambito della grafica e della comunicazione. Dopo aver letto la mia tesi, si è innamorata del progetto e mi ha proposto subito di collaborare, entusiasta di costruire qualcosa insieme. È stata fondamentale per semplificare la mia idea iniziale in modo pragmatico e fissare un obiettivo unico per la prima edizione del festival. Coordina e collabora, inoltre, con il nostro team di comunicazione, per la creazione del brand Crowdfest, la gestione del sito e dei canali social.

A.R: L’operazione di semplificazione dell’idea iniziale, a cui facevi riferimento prima, ti ha portato a mettere da parte qualcosa per questa prima edizione? Ci sono altre iniziative e/o persone ti sarebbe piaciuto presentare o promuovere?

G.C: Sì, ad esempio ci sono tante iniziative di crowdfunding che creano progetti per i bambini o per le mamme. C’è, in Italia, infatti, una piattaforma che ospita una community di mamme che organizzano eventi ludici e ricreativi per i propri figli, o che gestiscono anche attività imprenditoriali. Sarebbe bello dare più spazio a questi progetti per far comprendere che il crowdfunding è qualcosa alla portata di tutti, utilizzabile in moltissimi campi, anche nel quotidiano. Sicuramente, verrà tenuto in considerazione, in futuro, tra i prossimi obiettivi.

A.R: Alla fine di Crowdfest, cosa ti renderebbe soddisfatto? Quali obiettivi, quindi, ti piacerebbe raggiungere?

G.C.: Sicuramente una grande affluenza di pubblico, perché significherebbe che siamo riusciti a diffondere maggiormente la conoscenza di questo strumento. Inoltre, consolidare la rete di collaborazioni instaurate con gli addetti ai lavori sarebbe positivo per proseguire nel cammino di Crowdfest così da contribuire ad incrementare l’utilizzo del mezzo. Da un punto di vista più personale, invece, l’essere riuscito a coinvolgere tante persone del settore, che hanno creduto nel progetto quanto noi, rappresenterebbe una grande soddisfazione e un importante traguardo.

A.R: Arrivati all’ultima domanda, vorrei fartene una che riguarda te, in quanto ragazzo di 25 anni, con un percorso universitario alle spalle e che, poco più di anno fa, s’è approcciato al mondo del lavoro. Vista la tua esperienza, credi che per farsi strada in Italia bisogna crearsi dal nulla o, per dirla all’inglese, essere un selfmade man?

G.C: Premettendo che dipende molto dall’ambito in cui si vuole lavorare, credo che possa essere comunque una buona idea. Per quanto mi riguarda dopo una breve gavetta ho pensato di intraprendere la strada del selfmade man perché, pur essendo una strategia che si impara nel tempo, in determinati settori può pagare. Tuttavia, se ci si propone in modo intraprendente sapendo vendere le proprie idee e mostrando le proprie capacità, penso che si possa far strada. Io naturalmente ne ho ancora molta da fare, ma questo è un buon inizio.

ndr pubblicata su Bolognese Editore

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