Intervista a Riccardo Fano

Intervista a Riccardo Fano

Uno degli ultimi lavori di Riccardo Fano ( source: www.riccardofano.it)
Uno degli ultimi lavori di Riccardo Fano ( source: http://www.riccardofano.it)

Riccardo Fano è un art director e un illustratore free lance che ha lavorato e lavora per importanti marchi (NBA) e testate giornalistiche (Panorama, Rolling Stones, tra le altre). La parola che meglio definisce Riccardo Fano è, però, artista. E quando ti trovi a scoprire il suo mondo fatto di illustrazioni, graforismi (o come ama definirli lui stesso: “riflessioni in punta di biro”), dipinti e tant’altro, ne rimani affascinato e ti viene voglia di scoprirne di più e di curiosare a fondo in questo mondo fatto di colori vivaci, riflessioni irreverenti ed estetica pop. Ho deciso, quindi, di porgli alcune domande per capire meglio la sua visione artistica e la sua mission come designer.

Salve Riccardo Fano, partiamo da una frase, ripresa dalla presentazione contenuta sul suo sito, che recita: “Mi definisco un’artista poiché ho sempre espresso la mia creatività tramite supporti differenti […]”. Quando ha iniziato a sentirsi un’artista, quindi? Quali sono state le sue maggiori fonti d’ispirazione, soprattutto agli inizi?

Artista o creativo – rigorosamente sempre con lettera minuscola – è indifferente per me, in quanto ho sempre difficoltà a definirmi con un termine diretto, non parliamo poi quando mi capita di dover scrivere “una breve biografia”, vado subito in panico.

Ad ogni modo ritengo di avere avuto la necessità di comunicare fin da piccolo: prima con semplici pastelli, poi con matite, acrilici su diversi supporti e sempre da autodidatta.

Le prime fonti di ispirazione le ho tratte da mio nonno che ha sperimentato moltissimo con la pittura più tradizionale – paesaggi, nature morte – fino alla scultura. Lo guardavo, in silenzio, mentre lavorava e cercavo di “rubare” le tecniche. Osservare un artista mentre lavora è una cosa che mi è rimasta anche oggi: cerco spesso su Youtube video che trattano il “making of” di un’opera.

Crescendo ho attinto molto dalla cultura street – soprattutto writing – e dalla Pop art per il linguaggio molto diretto, fino ad affinare il più possibile la mia ricerca senza darmi limiti, passando ad esempio da un ritratto di Boldini ad una tela di Barnett Newman.

Già prima anticipavamo il suo utilizzo di supporti differenti per esprimere a tutto tondo la sua creatività. Con quali si sente maggiormente a suo agio? E tra questi, quale pensa sia il migliore per definire la sua mission artistica come designer?

Senza ombra di dubbio carta e matita: non importa il lavoro commissionato, inizio sempre da uno schizzo su un foglio.

Quello che cerco in ogni lavoro, che sia un’illustrazione, un semplice “graforisma” o l’interfaccia di un sito è prima di tutto la “pulizia”. Un tratto chiaro e diretto. Vorrei che chi osservasse il risultato, avesse subito chiaro ciò che volevo comunicare. Non è sempre una cosa semplice, soprattutto nelle illustrazioni dove differenti idee si stratificano e lo sforzo maggiore è nel processo di sintesi e sottrazione. Capisco di esserci riuscito quando sento come una sensazione di soddisfazione una volta riaperto il progetto dopo qualche ora lasciato a decantare.

A tal proposito, guardando le sue illustrazioni si nota come siano sempre molto vivaci e presentino, spesso, colori accesi. In che modo il colore contribuisce alla sua visione artistica? Ha il solo compito di essere d’impatto verso il pubblico o è un veicolo per esprimere messaggi non verbali?

Pongo molta più attenzione all’aspetto cromatico rispetto all’idea della composizione, poiché fin da piccolo ho sempre avuto qualche problema nell’accostamento dei colori. Pertanto la prima cosa che faccio è cercare le cromie più adatte.

Riprendendo la domanda però direi entrambi gli aspetti, poiché tutto varia molto dal supporto su cui andrà l’illustrazione. Per Rolling Stone, ad esempio, punto sempre su colori molto saturi, in quanto la carta per natura “trattiene” parte di inchiostro e pertanto spingo maggiormente sulla vivacità della palette. Un secondo aspetto meno tecnico, ma altrettanto importante, riguarda il soggetto dell’illustrazione: disegnare Lorenzo Jovanotti è diverso da, ad esempio, i Chemical Brothers o David Bowie. Sebbene l’energia sia la stessa, il loro background è differente, quindi a volte occorre puntare su una sola tonalità accesa ed “equalizzare” le altre. Come se si stesse ascoltando un loro brano.

Come lei stesso ha detto, i soggetti delle sue opere sono, in molti casi, icone del mondo della musica e del cinema. Cinema e musica coadiuvano la sua visione e il suo processo artistico?

Moltissimo. Il cinema, soprattutto, è per me fonte di ispirazione costante: ragiono per immagini e trovo ispirazione in qualunque film o serie TV. Riesco ad immergermi quasi immediatamente nella trama e, senza quasi rendermene conto, ecco che un’ inquadratura, apparentemente secondaria, un solo fotogramma o un particolare, mi suggeriscono una illustrazione. E’ accaduto recentemente con il primo episodio della seconda stagione di Fargo: mi ritrovavo letteralmente imbambolato ogni due minuti.

Passiamo ad un altro argomento. Notavo che sia sul suo sito che sul suo account Instagram, si presenta con il nickname di Vektor Viktim. E’ il suo alter ego artistico come lo era, ad esempio, Henry Chinaski per Bukowski?

Ah ah ah, il mio alter ego è molto meno irriverente però.

In realtà, deriva dalla tag che avevo quando ero più giovane e amavo moltissimo il writing per l’immediatezza, la sfrontatezza e la voglia di comunicare senza chiedere il permesso. Alcune delle mie illustrazioni ricalcano in parte quello stesso approccio, quella stessa volontà di venire notate.

Ritornando al mio alter ego, diciamo che dopo molti anni me la porto dietro più per affetto che per celarmi dietro “qualcun altro”. Recentemente ho ridotto a un semplice “Vektor”. Non sono ancora pronto a mettere quella firma in un cassetto anche se, prima o poi, accadrà naturalmente.

So che tra i suoi sogni c’è quello di collaborare con un fashion brand firmando, magari, una sua linea di t-shirt o accessori. Come se la immaginerebbe? Inserirebbe alcuni dei suoi simpatici graforismi su di essi?

Certamente. Sarebbero, anzi, la colonna portante della collezione. I graforismi nascono dall’immediatezza sia nel messaggio che nella loro realizzazione: una frase, un pezzo di carta, una scritta veloce con una biro e una foto su Instagram. Sarebbe pertanto un perfetto modo di diffonderli stampandoli semplicemente su delle t-shirt, provando a ricreare nel modo più fedele possibile il tratto dell’originale.

Ho sempre condiviso la teoria secondo la quale la semplice t-shirt sia un medium molto efficace nella diffusione di un messaggio, di qualunque natura. Credo che alcuni dei miei graforismi, per iniziare, siano perfetti su una t-shirt bianca, di una buona qualità e dal prezzo molto contenuto.

Ho in mente alcuni brand a cui proporre l’idea, ma se qualcuno leggesse l’intervista e volesse farsi avanti ben venga!

ndr per maggiori informazioni, visitare il sito ufficiale di Riccardo Fano, il profilo Tumblr e quello Instagram

ndr pubblicato su Bolognese Editore

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