La buona scuola di Renzi è legge!

La buona scuola di Renzi è legge!

Il no alla Buona scuola di Renzi
Il no alla Buona scuola di Renzi

Il 9 Luglio è stato approvato alla Camera, in terza lettura, il DDL “Buona scuola” con 277 sì, 173 no e 4 astenuti. Le fasi che hanno portato all’approvazione finale del Parlamento di questa legge sono state concitate: numerose bagarre in aula, cortei e manifestazioni in piazza da parte di insegnanti e sigle sindacali. La riforma della scuola voluta da Renzi ha deluso, in molti casi, le aspettative di chi attendeva, da lungo tempo, una rivoluzione nel sistema scolastico italiano.

Le riforme varate in ambito scolastico hanno sempre suscitato numerose critiche e perplessità, ma questa, forse, è stata quella che ha compattato in maniera più significativa gli insegnanti di ogni grado ed ordine. Un secco no a questo DDL è arrivato da piazze gremite, scioperi, manifestazioni etc, ma nonostante ciò Renzi ha tirato dritto fino a che il disegno di legge s’è trasformato in legge vera e propria (ndr manca ancora la firma del Presidente delle Repubblica).

S’è discusso molto dei punti controversi legati alla Buona Scuola, ma io ne ho voluto parlare con un’insegnante, una di quelle che, quindi, subirà direttamente gli effetti di questa nuova legge. La prof.ssa Rossi (ndr nome di fantasia) è docente di inglese presso un istituto superiore.

A.R: Prof.ssa Rossi, partiamo dal punto più controverso: le tanto decantate 100 mila assunzioni. Ritiene che il metodo trovato da Renzi per gestire la precarietà sia quello giusto o si tratta solo di uno slogan?

P.R: Il metodo con cui è stato gestito il problema della precarietà è, a mio avviso, puramente propagandistico e fittizio. In realtà delle 100 mila assunzioni sbandierate in lungo e in largo dal PD, più della metà sono solo virtuali, nel senso che, dopo la prima ondata fisiologica di assunzioni tra Agosto e Settembre, gli altri docenti verranno assunti solo nel 2016 e per di più con il sistema della chiamata diretta. Tutto questo mi ricorda tanto il miglior Berlusconi, quando gridava ai quattro venti l’assunzione di un milione di persone. Oggi, come allora, solo balle.

A.R Lei ha citato la questione della “chiamata diretta” cioè la possibilità, da parte del dirigente scolastico, di scegliere i docenti del proprio organico. Il preside, con questa riforma, assume molti più poteri tanto che la vulgata giornalista lo definisce “preside-sceriffo”. Questa ampia discrezionalità dei poteri del preside, secondo lei, può risolvere il problema della mancata efficienza di alcuni docenti o dell’organico della scuola in generale?

P.R: Lo strapotere dei Presidi non risolverà affatto il problema della mancata efficienza di alcuni docenti o dell’organico della scuola ma anzi andrà ad inficiarne pesantemente la didattica, che dovrebbe essere prerogativa di ciascun docente. Infatti, i docenti saranno soggetti ad un comitato di valutazione, costituito tra gli altri, da un genitore e un alunno. La valutazione, che pure è necessaria, non può essere lasciata alla discrezionalità del singolo e per di più incompetente, ma dovrebbe seguire dei precisi criteri di legge.

AR: A tal proposito, cosa ne pensa della sostituzione degli scatti di anzianità con un bonus legato ai risultati conseguiti dai docenti?

P.R: Con quali criteri verranno giudicati i risultati ottenuti da un docente? Se facessi il pizzaiolo, il risultato del mio lavoro sarebbe sotto gli occhi di tutti e potrebbe essere oggettivamente giudicato. I risultati del nostro lavoro, al contrario, non sono valutabili immediatamente, a meno che per risultati non si intendano i voti: in tal caso assisteremo ad un improvviso ed inspiegabile miglioramento didattico di tutti gli studenti.

A.R: Passiamo ad un altro punto: l’introduzione del curriculum dello studente. La possibilità di aggiungere altre materie, in vista del percorso universitario, al già fitto piano di studi, crede che aumenti le possibilità, per gli studenti, di avere una preparazione frammentaria e incompleta?

P.R: Il curriculum dello studente potrebbe essere una buona idea, ma vedremo come verrà realizzato. Anche questo, come i test universitari e altri strumenti di pseudo valutazione, mi sembrano uno “scopiazzamento” delle scuole americane, dove esistono da sempre insegnamenti obbligatori e insegnamenti facoltativi. Certamente, se venisse introdotto un numero eccessivo di insegnamenti, la conseguenza sarebbe di una frammentazione della formazione complessiva, cosa che vedo da tempo realizzata in diverse facoltà universitarie, a scapito di un visione d’insieme più organica e unitaria del settore oggetto di studio.

A.R: Sappiamo bene che la situazione economica delle scuola è critica. Queste versano, in alcuni casi, nell’indigenza più assoluta. La trovata del crowdfunding o dei finanziamenti dei privati alle scuole pubbliche può essere una buona soluzione?

P.R Introducendo il finanziamento privato nella scuola pubblica e contemporaneamente aumentando quello pubblico nella scuola privata, si creerà inevitabilmente uno squilibrio tra istituti frequentati da studenti abbienti, che quindi usufruiranno di una più ricca e variegata offerta formativa, e scuole situate in zone dove il tessuto sociale è più sofferente, in cui, al contrario, sarebbe necessario l’investimento di maggiori risorse. Si assisterà ad una progressiva ma rapida differenziazione tra scuole di serie A e scuole di serie B, calpestando in tal modo l’articolo 3 della Costituzione.

AR: Una delle cose che vengono rimproverate al Premier Renzi, oltre alla natura stessa della legge, è la mancanza di un tavolo di confronto con voi insegnanti. Infatti, benché lo abbia annunciato più volte, non s’è mai fatto nulla di concreto in tal senso. Lei crede che qualora ci fosse stata maggiore apertura si sarebbe potuto trovare un punto d’incontro o le posizione delle due parti erano totalmente inconciliabili?

P.R: Il governo ha subito mostrato la sua arroganza fingendo di ascoltare gli insegnanti e i cittadini attraverso una consultazione-farsa online, dove le risposte erano blindate e ben poco poteva essere liberamente espresso. In realtà le decisioni erano state già prese ancor prima di porre in essere tale questione. Si è seguito un sistema propagandistico degno delle peggiori dittature. Pertanto non vi è mai stata la reale intenzione di dialogare seriamente con i docenti.

A.R Concludendo, da insegnante, cosa vorrebbe dire a Renzi, se ne avesse la possibilità?

P.R: Vorrei chiedergli: “Ha già trovato gli sponsor per le scuole frequentate dai suoi figli?” E poi, in privato, gli chiederei :”Ma sua moglie, che è un’insegnante, non ha ancora chiesto il divorzio?”

ndr pubblicato su Total Free Magazine

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